Ligabue Magazine 52
Primo semestre 2008
Anno XXVII
E’ con grande entusiasmo che parto per questa nuova avventura con il Ligabue Magazine. Per tanti anni ho sfogliato con attenzione le sue pagine, rimanendo affascinato dai servizi fotografici, dalla cura dell’impaginazione, dalla ricchezza delle informazioni. Ho imparato tante cose “viaggiando” da un articolo all’altro, e lo confesso, ciò è accaduto anche in questo numero. Sono poche le pubblicazioni che riescono a soddisfare sia la curiosità dei semplici lettori sia quella degli specialisti. Il Ligabue Magazine lo fa da tanti anni, e continuerà a farlo, perché questa, ritengo, è la sua rotta ideale, guai a modificarla. E’ quindi per me un onore aggiungere la mia firma a quella di chi da tanti anni lavora “sotto coperta”, silenziosamente, consentendo a questo magnifico veliero dell’editoria di scoprire ogni volta nuove terre, nuovi popoli e nuove pagine della Storia.
Incluso nel prezzo anche la versione digitale *
* Le versioni digitali dal n. 1 al 57 sono ottenute da una scansione del Magazine. Potrebbero pertanto presentare delle imperfezioni nella visualizzazione dei testi e delle immagini.
Out of stock
Ho cominciato a muovere i primi passi della ricerca sul campo più di 25 anni fa, con il Centro Studi Ricerche Ligabue. Ora si tratta di un campo diverso, ma non meno eccitante. E sono contento di partire per questa nuova avventura assieme a Giancarlo Ligabue, così come abbiamo fatto tante volte, condividendo spedizioni nei deserti del Sahara, in Mongolia, o nelle savane della Rift Valley, alla ricerca di armate scomparse, dinosauri e uomini preistorici. Sono ricordi indelebili, quelli che tornano alla mente: ore passate attorno al fuoco in luoghi sperduti parlando di evoluzione, mappe spianate sul cofano dei fuoristrada e consultate con semplici bussole (il GPS ancora non c’era), veicoli finiti nelle sabbie mobili, i sorrisi dei cacciatori armati di archi e frecce che ci mostrano i loro accampamenti…Questa è un’altra avventura, che, ne sono sicuro, ci riserverà tante sorprese. Come sempre.
Per presentarvi questo numero comincerò con una domanda. Per sopravvivere nella Foresta Amazzonica è più importante avere delle frecce avvelenate o il corpo ricoperto con pitture e tatuaggi? Noi tutti saremmo portati a scegliere le frecce avvelenate: ci garantirebbero un pasto ogni giorno. Ma sarebbe una scelta sbagliata, perché non conosciamo le tecniche di caccia nelle foreste tropicali, quindi difficilmente riusciremmo a catturare una preda. Ed anche ammesso che ci riuscissimo, non saremmo in grado di accendere un fuoco per cucinarla… E poi, dove troveremmo l’acqua da bere? Come guariremmo da una ferita, o da un semplice attacco di febbre? Un tatuaggio invece può aiutarci… Infatti, se si ha un tatuaggio o una pittura sul corpo, vuoi dire che si fa parte di una tribù, di un gruppo. E far parte di un gruppo vuoi dire sopravvivere, perchà© al suo interno ogni individuo aiuta l’altro. C’è chi costruisce le frecce avvelenate, chi accudisce i bambini, chi accende il fuoco per cucinare le prede, chi sa come curare un malato… Ognuno lavora per il gruppo, per la comunità, con delle sorprese: quasi sempre, nelle etnie di tutto il mondo, sono gli uomini che vanno a caccia mentre le donne si allontanano poco dall’accampamento e si dedicano alla raccolta. Quello che si sa poco è che solo poche volte la caccia ha successo, mentre la raccolta porta ogni giorno preziose calorie alla comunità. Così, fin dai tempi più remoti della preistoria, sono le donne che fanno sopravvivere l’intero gruppo…
Queste sono le considerazioni da tenere ben presente per l’articolo di Maurizio Leigheb, corredato dalle sue straordinarie fotografie. E’ un viaggio unico, realizzato da uno dei massimi espetti del settore, tra gli ultimi rappresentanti dell’etnia Caduvèo del Mato Grosso. Quelle pitture così intense, sono una carta d’identità del gruppo e delle sue tradizioni. Sono una bandiera, un “vestito” d’appartenenza di una cultura capace di sopravvivere da tanto tempo in un luogo difficile. Anche se non sembra, quelle foto ci riguardano da vicino. Pensateci: anche noi ogni mattina ci pettiniamo allo specchio, ci vestiamo secondo la moda, parliamo usando una cadenza tipica della regione dove viviamo… E perché? Perché abbiamo, inconsciamente, la paura di essere “esclusi dal gruppo”. Una paura ancestrale, che ci viene direttamente dalle savane della preistoria, dove, se lasciati soli, i nostri antenati, sarebbero morti in breve tempo. Insomma, una cravatta intonata alla giacca o gli arabeschi in succo di Naantau intinto di nerofumo dell’etnia Caduvèo, sono in realtà la stessa cosa, e cioè il più potente strumento di sopravvivenza del genere umano: la cultura. La lettura di questo numero ci farà percorrere migliaia di chilometri. Dopo aver conosciuto il mondo degli Indios, in grave pericolo di estinzione, ne scopriremo un altro scomparso invece da tempo: Venezia nel ‘700.
Come è stato possibile riscoprire l’aspetto delle persone che passeggiavano per le Calli o a Piazza San Marco? Non esistevano ancora le macchine fotografiche degli antropologi… Eppure, conosciamo nei dettagli i loro vestiti e le loro acconciature. Il trucco ce lo spiega Bruno Betti, svelandoci le opere di alcuni artisti, soprattutto di Giovanni Grevembroch che descrisse pazientemente con i pennelli, la vita ed i vestiti di allora. E’ un vero viaggio nel tempo tra abiti comuni, broccati sgargianti, velluti e copricapi. Per non parlare delle acconciature delle matrone venete. Si scoprono così gli umori e la vita quotidiana di una Venezia ormai prossima alla sua fine, con il sipario della Storia che sta per calare su tutti i suoi attori.
Pochi anni dopo la conclusione di questa epoca straordinaria per Venezia, in un luogo lontano decine di migliaia di chilometri, ed in un contesto completamente diverso, uno sconosciuto orafo cinese realizzò un’opera unica nel suo genere. Quello che Bruno Berti ci descrive in un altro suo articolo. E’ uno dei gioielli più belli che possiate ammirare. E’ uno spillone per capelli da donna, realizzato unendo all’oro le bellissime piume dorsali di un martin pescatore. Questo spillone venne indossato da una sconosciuta dama di corte, per poi essere trasformato in un pendaglio per collana. Si rimane affascinati dai colori di quest’opera, che unisce un capolavoro della natura a quello dell’arte.
Ma non sempre la Natura e l’uomo vanno d’accordo. Ce lo ricorda Giorgio Rivieccio parlandoci dei vulcani. Noi tutti crediamo di conoscere i vulcani per i danni che fanno nelle aree dove sono nati. Rivieccio invece ci descrive, in modo completo e dettagliato, il loro lato più oscuro, quello di assassini in grado di colpire anche a migliaia di chilometri, provocando inverni lunghi molti anni, oppure fermando le piene del Nilo nella terra dei faraoni o ancora consentendo la comparsa di enormi blocchi di ghiaccio nel caldo Golfo del Messico…
Se questi fenomeni della Natura ancora oggi impressionano chiunque per la loro violenza e la loro spettacolarità, immaginate cosa poteva accadere in antichità , quando non esistevano le conoscenze scientifiche di oggi. Cos’era un fulmine? Cosa provocava un terremoto? Cos’era una cometa? Si davano loro significati molto diversi da oggi. Su una di queste interpretazioni ha voluto indagare Gabriele Rossi Osmida: cos’era quel bagliore che illuminò i cieli notturni nell’anno 7 avanti Cristo? La tradizione lo intepreta come la cometa che guidò i Re Magi. Gabriele Rossi Osmida, in modo chiaro documentato e appassionato, ci svela che non fu una cometa, ma un altro fenomeno astronomico ancora pi๠eccezionale: la congiunzione di due pianeti, Giove e Saturno. E non solo, ci svela anche i veri volti dei Re Magi.
Questo non è il solo viaggio che ci porta, in tempi antichi, in Oriente e in Asia. In questo numero del Ligabue Magazine, esploreremo un intero capitolo dimenticato della Storia, mostrandovi le splendide immagini di uno scavo in atto in Turkmenistan. E’ il sogno di qualsiasi archeologo: scavare tra le rovine dimenticate di uno dei più potenti imperi della storia, quello dei Patti. I Parti furono, ad Oriente, gli acerrimi nemici dei romani. Da questi siti sono riemersi oggetti di rara bellezza, come 50 corni in avorio (Rhyta) usati per le cerimonie o nei banchetti sacri. Dal 1990 l’esplorazione di questi siti ha una firma italiana, quella del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino che ha realizzato scoperte di grande importanza. Carlo Lippolis ci racconta queste ricerche ed anche questa straordinaria cultura che univa tradizioni tipiche delle steppe a quelle di origini Greche e Iraniche. Un vero mondo perduto.
Infine Giandomenico Romanelli ci guiderà in un viaggio “impossibile”: vedere il nostro pianeta dallo spazio stando comodamente in casa, con i piedi per terra. E’ l’affascinante mondo dei globi, delle sfere armillari, dei mappamondi: pochi sanno che alcuni di essi avevano 6 metri di diametro e potevano contenere fino a 30 persone. In passato, prima dell’era dei satelliti e degli astronauti, questo era il solo modo di “vedere” il pianeta su cui viviamo.
L’altro, era quello dei racconti e delle esplorazioni. Per generazioni siamo stati ad ascoltare le descrizioni di chi ritornava da lunghi viaggi dopo aver vissuto emozioni e scoperte in luoghi lontani. Ed è proprio questo il sapore delle parole di Giancarlo Ligabue, che nel suo intervento, ci fa ritornare tra le rovine di in un luogo quasi leggendario, immerso nella Storia e nel Tempo ai confini dell’Afghanistan e dell’Iran. Qui visse un re, Gongophares. Molti ritengono che proprio da lui si sarebbe originata, nella tradizione, la figura di Gaspare, uno dei 3 re Magi…
Buon Viaggio.
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