Ligabue Magazine 8

18.00

Primo semestre 1986
Anno V

La data si perde nella notte dei tempi e preferisco non ricordarla: ero uno studentello che fra il «De bello gallico» e le canzoni del dolce stil novo sognava viaggi in terre lontane, e alla domanda che cosa desiderassi come regalo di Natale, risposi: «L’abbonamento al National Geographic Magazine». Sebbene i giovani di oggi abbiano tante più occasioni di conoscere il mondo, di persona o attraverso la televisione, il National Geographic Magazine non ha perso nulla del suo fascino, anzi, ha aumentato enormemente la sua diffusione nei cinque continenti ed è rimasto esempio di eccezionale sagacia editoriale, modello di giornalismo, testo di studio per chi vuole dedicarsi alla divulgazione scientifica con linguaggio limpido eppure con rigoroso rispetto all’esattezza.

Incluso nel prezzo anche la versione digitale *

* Le versioni digitali dal n. 1 al 57 sono ottenute da una scansione del Magazine. Potrebbero pertanto presentare delle imperfezioni nella visualizzazione dei testi e delle immagini.

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Avrei potuto dire più semplicemente tanto nomini nullum par elogium, sennonchè il mio breve panegirico aveva un fine egoistico che mi convien rivelare subito, quello di dichiarare quanto abbia giovato al nostro amor proprio il ricevere da Mr. Wilbur E. Garrett, direttore del N. G. M., con una lettera dell’11 febbraio scorso, le sue congratulazioni per il progredire del Ligabue Magazine.

So perfettamente di essermi lasciato attrarre da un giuoco pericoloso poichè è fin troppo noto il vezzo universale dei letterati e degli attori che rivolgono lodi sperticate al collega per riceverne altrettante di ritorno maggiorate da cospicui interessi. Per fortuna, il nostro caso è diverso e penso che alla fine i lettori mi assolveranno.

Gli è, che l’apprezzamento del National Geographic Magazine è venuto «prima» che io mi avventurassi nel vortice di questo editoriale. Bisogna sapere che due nostri amici, oltre che stimati collaboratori, Viviano Domenici e Marc Lucien Paris, trovandosi a Washington, D. C., ai primi di febbraio si sono recati nella sede del National Geographic Magazine e si sono presentati con un proposito quanto mai modesto, simile a quello che guidava Enrico Fermi quando fece la sua prima visita ad Einstein, e che potrei così riassumere: se aveste un’oretta da dedicarci, ci piacerebbe mostrarvi quel che si fa da noi in Italia. Un’oretta? Domenici e Paris hanno trascorso otto giorni fra quelle mura, proprio dall’alba fino al tramonto o anche fino a tarda sera, e hanno illustrato l’attività  del Centro Studi Ricerche della Fondazione Ligabue, le edizioni Erizzo e il Ligabue Magazine, arrivando addirittura al momento in cui si sono sentiti chiedere di esaminare la possibilità  di uno scambio di collaborazione fra la loro rivista e la nostra.

Non dico che a Washington sia difficile vedere Wilbur E. Garrett quanto essere ricevuti dal Presidente Reagan, ma poco ci manca, e Domenici e Paris, con Mister Garrett ci sono stati quasi un’ora, e hanno incontrato Miss Susan Canby, direttrice della biblioteca; George Stuart, responsabile del settore archeologico; Priit Vaselind, responsabile del settore Europa; Mary Smith (ricerche e finanziamenti spedizioni); Mercer Cross e Paul Sampson (news service e relazioni esterne); Bob Madden (impaginazione); Dean Conger (fotografo e responsabile settore audiovisivo); Bill Graves («adventures»); Tom Kennedy (selezione dei fotografi); Lou Mazzatenta (fotografo e «controllo pianificazioni»); e non è escluso, direi che è nel reame delle cose possibili, che alcuni di questi specialisti in avvenire diventino collaboratori del Ligabue Magazine.

Siamo oggi al n. 8 del Ligabue Magazine, e non mi pare azzardato affermare che il suo scheletro ha raggiunto il pieno sviluppo, mentre per la sua muscolatura atletica gli esercizi continuano con entusiasmo crescente come se dovessimo prepararci per un’olimpiade, così pensiamo che anche questa volta non abbiamo tradito la fiducia dei lettori, e poichè in questo breve testo ho già  nominato cinque volte Ligabue, mi sbrigherò dicendo che nelle pagine seguenti troverete due suoi articoli, uno che egli ha proposto sugli sciamani nella foresta dell’Amazzonia (a pag. 24), e uno che io gli ho estorto, sui varani di Komodo (a pag. 96), e c’è una ragione precisa per cui questo secondo resoconto non poteva mancare.

Giangi Poli, giornalista e regista della RAI-TV, ci ha dato la dilettevole trascrizione di un dibattito che egli stesso ha diretto sul tema delle catastrofi del passato, e al quale hanno partecipato quattro illustri scienziati. Scontri stellari, fenomeni terrestri ed extraterrestri avvenuti milioni e milioni di anni fa, mutamenti radicali delle specie animali, sono i temi di questa conversazione in cui si discute anche della scomparsa dei dinosauri (pag. l04). Ebbene, i dinosauri sono sì, scomparsi, ma Giancarlo Ligabue, nell’isola di Komodo ha visto con i suoi occhi i varani, che sono gli unici rettili viventi che -«orrendi draghi» – somigliano, sebbene in proporzioni ridotte, ai sauri di centinaia di milioni di anni fa, ed ecco chiarito perchè questa relazione era d’obbligo nello stesso fascicolo con il servizio di Giangi Poli.

Paleontologi e antropologi che fino ai tempi recenti dedicavano la loro attenzione all’Africa Orientale, hanno scoperto quanto può essere utile un nuovo tipo di esplorazione dell’Africa centro-occidentale, e di Alberto Angela, laureato a Roma in scienze naturali, studioso di antropologia riportiamo (a pag. 42) un interessante resoconto dell’abbondanza di fossili rinvenuti sul nord-est dello Zaire.

Laura Laurencich Minelli, professore di storia e civiltà  precolombiana all’Università  di Bologna, ci dà  (a pag. 50) un’avvincente sintesi dello sviluppo della quasi sconosciuta civiltà  Moche fiorita in Perù fra il 200 a. C. e il l00 d. C. L’arte africana, riscoperta in Italia, ma per molti oggetto ancora di un interesse snobistico e salottiero, ha per fortuna dei valorosi cultori, e fra questi uno dei più eminenti è il professar Joseph Cornet, direttore dei Musèes Nationaux dello Zaire, il quale a pag. 66 racconta l’affascinante storia del regno di Kuba, della nascita di quello che fu il Congo Belga di Leopoldo II, fino all’attuale re dei Bakuba.

Leggete la descrizione dell’isola delle monete di pietra, che ne fa a pag. 78 Maurizio Leigheb, giornalista, fotografo, antropologo, esploratore. Nominare il fiume Indo e lasciarsi dominare dai fantasmi di un glorioso passato è tutt’uno: sono meraviglie quelle scoperte in quelle terre viste, o appena intravviste, da Alessandro Magno, e gli scavi di Harappa e di Mohenjo-daro hanno dato risultati sorprendenti. Di quelle città dimenticate parla a pag. 118 Massimo Vidale, candidato al dottorato di ricerca presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, che ha compiuto scavi diretti «in loco».

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